“Quando il 7 giugno del 1967 i soldati israeliani entrarono
nella parte est di Gerusalemme, anche nel più ateo fra le donne e gli uomini
dell’esercito qualcosa si mosse nel cuore. Il sogno millenario di vedere in
terra un nuovo regno di Sion; decenni di lotte, guerre, speranze, morti; anni
di duro sacrificio nei kibbutzim, di battaglie strada per strada, quartiere per
quartiere; anni di martiri ed eroi, profeti e lavoratori; la spartizione, il
sogno che diventa realtà; il conflitto mondiale, l’olocausto, lo sterminio di
un popolo; la guerra, il terrore di essere ributtati in mare; la vittoria
contro Golia, ma con la consapevolezza che non tutto era ancora compiuto. Ecco,
tutto questo devono aver pensato le donne e gli uomini d’Israele quando
entrarono a Gerusalemme e si diressero al muro del pianto. Qualcosa di divino
era accaduto, il disegno di Dio si era compiuto, avranno pensato: Gerusalemme,
dopo migliaia e migliaia di anni era tornata ad essere la capitale ebraica. Non
i romani, non gli ottomani, non gli inglesi avevano posto fine al sogno di milioni
di ebrei, di tutti i luoghi e di tutti i tempi, che testardamente si erano dati
appuntamento, quel 7 giugno di cinquant’anni fa, a Gerusalemme”.